martedì 20 maggio 2014

Vito Rubino e Fabrizio De Stefani: due esperti chiariscono l'affermazione della Coldiretti sul TMC di pasta, riso e caffè



E’ notizia di questi giorni, fornita da Coldiretti e riportata da più media nazionali in riferimento alla riunione di Consiglio Agricoltura in cui si sono affrontate le proposte delle delegazioni di Olanda e Svezia che con il sostegno dell’ Austria, Germania, Danimarca e Lussemburgo chiedono l’esenzione dell'obbligo di indicare in etichetta il termine minimo di conservazione (TMC) “da consumarsi preferibilmente prima” per prodotti come pasta, riso e caffè, attraverso l’estensione del dell’allegato X del regolamento UE 1169/2011.

“​Con l’eliminazione della “data di scadenza” l’Unione Europea taglia di fatto la qualità del cibo in vendita in Europa” si legge sul sito della Coldiretti “che con il passare del tempo perde le proprie caratteristiche nutrizionali in termini di contenuto in vitamine, antiossidanti e polifenoli che fanno bene alla salute ma anche quelle le proprietà organolettiche, di fragranza e sapore dal quale deriva il piacere di stare a tavola”.

 "E' bene precisare che non stiamo parlando di eliminazione della data di scadenza sugli alimenti, ma del loro TMC, ovvero del Termine Minimo di Conservazione" afferma l'Avvocato Vito Rubino, ricercatore presso l'Università di Alessandria. "La differenza è fondamentale, ancorché in alcuni titoli si sia letta una certa confusione. La data di scadenza indica un termine perentorio entro cui il prodotto deve essere consumato, perché le sue caratteristiche lo rendono insicuro oltre quella data. E' il caso dei prodotti freschi microbiologicamente instabili, per i quali si prescrive l'eliminazione oltre la data di scadenza. Il termine minimo di conservazione, identificato per l'appunto con la dicitura "da consumarsi PREFERIBILMENTE entro il..." scritto su taluni alimenti è semplicemente la garanzia che il produttore dà al consumatore circa il fatto che quell'alimento conserverà fino a quella data certamente le sue qualità organolettiche, le caratteristiche nutrizionali etc. Una volta superata tale data la responsabilità del consumo passa all'acquirente, che potrà valutare caso per caso. E' comunque bene ricordare che il prodotto con TMC superato non è pericoloso per la salute". Si tratta infatti di prodotti per i quali il superamento della durata indicata sull’etichetta non è di per sé associato a un rischio alimentare. A supporto di questa tesi va ricordato che resta un dovere assoluto per tutti gli operatori della filiera, immettere sul mercato alimenti rigorosamente sicuri, come previsto dall’articolo 14 del regolamento CE n. 178/02.
"La proposta nasce dalla constatazione dell'esistenza di enormi sprechi alimentari derivanti in molti casi dalla confusione fra data di scadenza e TMC che spinge i consumatori più sensibili a buttare via molti prodotti a TMC scaduto anche se perfettamente commestibili. Gli stessi venditori si trovano in grosse difficoltà in questi casi, perché per legge quei prodotti possono essere assimilati a "rifiuti" e devono essere smaltiti, quando potrebbero avere un impiego alternativo che ne consenta comunque una valorizzazione. Pensi al caso della Grecia: la crisi economica è così forte da aver indotto il Governo ad approvare norme che consentono la commercializzazione a prezzo ridotto dei prodotti alimentari preconfezionati con TMC superato: in questo modo ampie fascie di popolazione altrimenti prive delle risorse economiche sufficienti per alimentarsi hanno potuto avere accesso al mercato degli alimenti. E' pur vero che su questo tema (come su molti altri nel settore del "food") occorrerebbe informare meglio il consumatore di modo per un verso di metterlo in condizioni di "scegliere" (ad esempio imponendo la data di confezionamento su tutti i prodotti), per altro verso limitando il più possibile le "scelte d'istinto" o dettate dalla paura" suggerisce Rubino.
Appunto gli sprechi "A mio giudizio è un argomento che andrebbe affrontato a livello nazionale, non dovrebbe essere una decisione uguale per tutti Stati della UE; bisognerebbe analizzare e risolvere il problema Stato membro per Stato membro, in base alla sensibilità della popolazione, al grado di conoscenza della materia e, come purtroppo l'esperienza quotidiana ci sta insegnando, anche in relazione alle condizioni economiche esistenti nei diversi contesti".

Oltre all'Avvocato Rubino abbiamo chiesto un parere sul delicato argomento anche al Dottore Fabrizio De Stefani  Direttore del Dipartimento funzionale di Sanità Animale e Sicurezza Alimentare presso Aulss n. 4 del Veneto "L'allarme lanciato dalla Coldiretti in riferimento alla riunione del Consiglio dell'agricoltura in cui si affronteranno le proposte di esenzione dell'obbligo di indicare in etichetta il termine minimo di conservazione "da consumarsi preferibilmente prima" per prodotti come pasta, riso, sembra fin dal titolo una capziosa forzatura" così introduce l'argomento De Stefani.
"Nell'articolo, infatti, si fa erroneamente riferimento al requisito della data di scadenza per dei prodotti che sono considerati per legge “alimenti non deperibili” ed in quanto tali soggetti all’indicazione in etichetta del termine minimo di conservazione, espresso dalla dicitura "da consumarsi preferibilmente entro (data)", che indica cioè  fino a quando un alimento conserverà le sue proprietà organolettiche se conservato adeguatamente. Questi alimenti sono soggetti per loro natura ad un lento, progressivo decadimento delle caratteristiche qualitative, fin dal momento in cui sono messi sullo scaffale di vendita. Il termine entro il quale si raccomanda di consumarlo deve essere inteso quindi come quello in cui la qualità del prodotto corrisponde suppergiù al livello minimo che il produttore vuole comunque assicurare e che non rappresentano comunque un problema per la salute dei consumatori".
"In realtà il continuo miglioramento del processo produttivo, del packaging e dei sistemi di conservazione nel settore alimentare hanno spostato molto in avanti nel tempo la possibilità di consumare in tutta sicurezza alimenti qualitativamente ancora validi che difficilmente saranno lasciati languire sullo scaffale oltre il termine di vendita previsto per l’elementare motivo che ciò rappresenterebbe un costo insostenibile per qualsiasi operatore del settore alimentare minimamente accorto. Se i consumatori sono informati dell’età del prodotto e delle caratteristiche qualitative che possono attendersi, fatta salva la garanzia di salubrità, non sembra ci sia quindi alcun motivo per impedirne l’acquisto a prezzo scontato".

Si tratta del tentativo dei Paesi del Nord Europa di tagliare gli sprechi alimentari che nell’Unione Europea hanno raggiunto il quantitativo record di 89 milioni di tonnellate di cibo sprecato. In realtà con la crisi si è registrata una storica inversione di tendenza e con quasi tre italiani su quattro (73%) che hanno tagliato gli sprechi a tavola nel 2013, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. Tra chi ha tagliato gli sprechi l’80% fa la spesa in modo più oculato, il 37% guarda con più attenzione la data di scadenza e il 26% ha ridotto le dosi acquistate, ma sono il 56% quelli che riutilizzano quello che avanza. La tendenza al contenimento degli sprechi - precisa la Coldiretti - è forse l’unico aspetto positivo della crisi in una situazione in cui ogni persona in Italia ha comunque buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari durante l’anno. Complice la crisi economica già oggi appena il 36% degli italiani dichiara di attenersi rigorosamente alla data di scadenza dei prodotti riservandosi di valutare personalmente la qualità dei prodotti scaduti prima di buttarli, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Gfk Eurisko dalle quali si evidenza peraltro che solo il 54% degli italiani controlla quotidianamente il frigorifero e il 65% controlla almeno una volta al  mese la dispensa.
In Europa, secondo le norme vigenti finora, sia i «secchi» che i «liquidi» possono essere potenziali veicoli di intossicazione se il loro consumo non avviene entro la data stabilita dai laboratori; in Africa, o in Asia, possono essere invece beni di lusso, cioè di sopravvivenza, a prescindere da qualsiasi scadenza indicata sulla confezione. E anche su questo si basa la motivazione etica che, insieme con quella economica, sarebbe alla fase del futuro provvedimento.

martedì 13 maggio 2014

Verrà tolto il segreto sui flussi: per un import più trasparente

All'ultimo convegno della Coldiretti Roberto Moncalvo ha messo in evidenza che il tema del segreto dei dati relativi ai flussi di importazioni di prodotti agricoli dall'estero è strettamente connesso con l'indicazione dell'origine in etichetta.



Moncalvo si è rivolto soprattutto al ministro delle Politiche Agricole (Maurizio Martina) e al ministro della Salute (Beatrice Lorenzin).

Il primo segnale verso una maggiore trasparenza dei cibi arriva proprio dal ministro della Salute. L’impegno infatti, come si legge in una nota della Salute, è di rendere "pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per la produzione alimentare, dopo le proteste degli agricoltori sul Brennero e le molteplici iniziative di mobilitazione messe in campo da Coldiretti al fine di contrastare le aggressioni al Made in Italy conseguenti alla lavorazione nel nostro Paese di prodotti alimentari oggetto di importazione o di scambio intracomunitario e la successiva messa in commercio come prodotti autenticamente italiani».
Ma perché non è stato possibile fino a oggi fare trasparenza sugli acquisti di prodotti alimentari stranieri? La «colpa» è attribuita dal ministero a «una complessa normativa doganale che ha impedito l’accessibilità dei dati senza significative ragioni legate alla tutela della riservatezza". 

Ma il cammino è sicuramente molto lungo.

Per la Coldiretti così si fa spazio alla legalità. «Dall’inizio della crisi – sostiene l’organizzazione da tempo sulle barricate per la tutela del made in Italy –  sono più che triplicate in Italia le frodi a tavola con un incremento record del 248% del valore di cibi e bevande sequestrati perché adulterati, contraffati o falsificati sulla base della preziosa attività svolta dai carabinieri dei Nas dal 2007 al 2013».  E sempre l’indagine dell’associazione  agricola sottolinea l’esplosione dell’import che nel 2013 ha raggiunto 40 miliardi con un incremento del 20% dal 2007. «Con il rischio concreto – spiega – che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità come il concentrato di pomodoro cinese, l’extravergine tunisino, le mozzarelle taroccate ottenute da latte in polvere, paste fuse e cagliate proveniente dall’estero. Il risultato è che nel 2013 sono aumentati del 14% gli allarmi alimentari in Italia con ben 534 notifiche sulla sicurezza di cibi e bevande potenzialmente dannosi per la salute, sulla base del sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (RASFF), rispetto al 2007 in cui è iniziata la crisi» . La stessa Coldiretti conferma l’ottimo livello dei controlli in Italia, gran parte effettuati anche dalle stesse industrie alimentari tra le prime nel mondo per gli investimenti in controlli.

(articolo completo su IlSole24ore)